Friends of mine – Carlo Carcano
intervista di Oriana Mariotti

Quando e come avvenne il tuo incontro con i Bluvertigo?
Era il 1998 e mia sorella mi fece ascoltare Metallo non metallo. Avevo visto un video dei Bluvertigo, Iodio, su Mtv e mi avevano incuriosito. In quegli anni suonavo in alcuni gruppi e facevo il Conservatorio. Non sapevo che fosse uscito questo nuovo album e mi colpì tantissimo perché non c’era niente del genere in Italia: era una cosa molto vicina a quello che avrei fatto io se avessi scelto la carriera della rock band e non quella del compositore, come stavo facendo allora. Mi interessava moltissimo la loro proposta, perché metteva assieme rock suonato ed elettronica. La gamma espressiva era molto varia: dalle cose più violente, metal, fino ad altre molto dolci. C’erano spunti d’avanguardia. Poi i testi mi colpirono moltissimo perché mi ci identificai tanto. Sfogliai un po’ il libretto del cd e capii che, dietro questa cosa, c’era un autore più che un gruppo… certamente il gruppo c’era, ma fu la personalità di Morgan che mi incuriosì.
Quindi il passo successivo fu quello di incontrare Morgan di persona.
Sì, andai ad un loro concerto, al Bloom di Mezzago (era il 28 marzo del 1998, ndr) per il tour di Metallo non metallo e chiesi di entrare per incontrare Marco Castoldi. Lo incrociai e gli dissi: “Mi piace moltissimo quello che fai; mi dai un tuo recapito che voglio scriverti e spedirti alcune cose?” Lui mi diede il suo recapito – cosa che, se ci pensi, oggi sarebbe impossibile da fare, erano altri tempi, eravamo persone avulse dallo star system. Tempo dopo gli spedii una lettera che conservo ancora e che lo colpì molto. Lui la cita ogni tanto a distanza di tempo. Quando siamo stati ad X Factor, quindi più di dieci anni dopo, lui mi ha presentato come vocal coach ai nostri artisti citando qualcosa che avevo scritto in quella lettera. In quella occasione gli avevo spedito un pacco con del mio materiale che includeva delle composizioni personali – registrazioni di miei pezzi di musica contemporanea – e anche delle cose che facevo con i miei gruppi di rock.
Quale tipo di musica ti interessava fare nell’ambito rock?
Suonavo in un paio di gruppi di rock estremo molto strani. Ho iniziato come batterista, poi sono passato alla chitarra e la composizione classica è venuta dopo, con il Conservatorio. Ma ho sempre portato avanti gruppi semi professionali di rock estremo tra System of a Down, Carcass e un misto di metal-rap, cercavamo di fare cose un po’ sperimentali.
Torniamo al 1998. Dopo avere avuto il recapito di Morgan, gli mandasti lettera e materiale.
Spedii a Marco questo pacco che conteneva una audiocassetta e soprattutto una lettera che veniva dal cuore e che sostanzialmente diceva: “Mi ha colpito quello che fai, ti sento vicino in quello che fai, sento una solitudine in ciò che fai, una solitudine che mi sembra sorella della mia. Io credo nell’aprire le porte tra le persone e questo gesto che faccio vuole essere l’apertura di una porta verso di te”.
Passarono due, tre mesi e, con una certa sorpresa, trovai in segreteria un messaggio di Morgan che mi diceva: “Ho finalmente ricevuto e letto la tua lettera, ho trovato tutto molto interessante, mi ha fatto molto, molto piacere riceverla. Sentiamoci”.
Quello fu l’inizio. Il seguito è stato un lento conoscersi.
Dopo quel primo passo, conoscesti anche gli altri membri del gruppo.
Il mio rapporto con i Bluvertigo era, di fatto, un rapporto con Morgan. Poi, sempre nel tour di Metallo Non Metallo, sono venuti a suonare a Mestre ed andai a trovarli nel backstage. Ci siamo visti due, tre volte in occasione di loro concerti, quindi i Bluvertigo iniziarono a lavorare a Zero.
Venisti coinvolto nella realizzazione di Zero, il terzo ed ultimo lavoro della “Trilogia chimica”.
Morgan mi propose di lavorare a Numero. Mi coinvolse dicendomi che lo incuriosiva ciò che facevo e, nel frattempo, era nata anche un’idea molto interessante ma irrealizzabile, per problemi per i diritti. Si trattava di fare un disco a quattro mani in cui Morgan avrebbe consegnato a me 5 dischi di genere pop rock per lui fondamentali ed io avrei consegnato a lui 5 dischi di musica contemporanea per me fondamentali. Ciascuno avrebbe dovuto realizzare una serie di pezzi totalmente liberi e personali, usando solo materiale campionato dai 5 cinque dischi ricevuti. Se a Morgan dai dei campioni di musica contemporanea di Ligeti, Sciarrino, Stockhausen, e deve usare solo quelli, che tipo di musica fa? Se a Carcano dai dei campioni di Talking Heads, Depeche e David Bowie, cosa tira fuori? Fummo poi persi da altre cose ed il progetto non andò avanti ma l’episodio testimonia il clima di creatività aperta che c’era e c’è tra noi. Penso che Morgan ed io ci siamo trovati bene perché tra di noi c’era una specie di complementarietà. Di fatto lui è il musicista rock con un background anche accademico classico ed io viceversa. Penso che l’uno vedesse nell’altro qualcosa che ammirava e che in parte avrebbe voluto essere o avere. Soprattutto c’era un campo di dialogo in ambito musicale.
Puoi parlarci del tuo lavoro per Numero?
Certo. Morgan mi diede testo, melodia e accordi, lo scheletro del pezzo, e mi disse: “Fai quello che vuoi con quartetto d’archi e pianoforte”. Mi diede completamente carta bianca sull’arrangiamento per cui Numero, del quale sono coautore, lo trovai un esperimento molto interessante. Non ho più rivisto molte cose così; il risultato può essere anche criticabile però il fatto che un compositore offra una sua canzone lasciando totalmente carta bianca ad un altro compositore è una grande cosa. Totalmente nel senso che tutto quello che c’è in Numero l’ho deciso io e dentro è pieno di cose strane, di rumori, di idee ed atmosfere. Io mi lasciai un po’ andare e Morgan non disse nulla, anzi, era contento dell’idea. Questo per me è uno dei suoi aspetti più belli, ovvero la curiosità e la capacità di coinvolgere persone al di là di prestigi o apparenze. La sua era pura curiosità nei miei confronti, capiva che c’era qualcosa d’interessante e diede a questo sconosciuto, cioè il sottoscritto, fiducia, una possibilità. Ricordiamo che io allora non ero Piero Milesi che ha arrangiato De André ma un giovane compositore sconosciuto.
Quindi molta generosità da parte di Morgan ed un lavoro realizzato con libertà ed in piena fase creativa.
Sì. Lui è così, le persone con cui gli fa piacere lavorare le coinvolge. E le coinvolge rischiando pure.
Ricordi qualche momento in particolare passato con i Bluvertigo al completo?
Assolutamente sì. Lavorando a Zero e a Numero, in particolare, ho passato ore in studio di registrazione con loro. Quelle sono situazioni in cui tutti dialogano su tutti i pezzi, perché mentre sei lì ti fanno ascoltare quello e quell’altro, oppure stanno registrando un pezzo e dici la tua mentre loro dicono la loro; alla fine c’è sempre un ritorno. Le prime conoscenze furono tra la fine del tour di Metallo non Metallo e il disco Zero, ma ricordo soprattutto i momenti del Festival di Sanremo.
Dopo le registrazioni di Zero, passato il periodo di lavorazione per L’Assenzio e Comequando, mi coinvolsero per dirigere l’orchestra nel corso della loro esibizione a Sanremo e arrangiare il pezzo nel senso più tradizionale del termine: mettere l’orchestra sul brano. Andammo a Sanremo e Sanremo fa l’effetto di una gita scolastica a mille perché, comunque, non c’era assolutamente da parte di nessuno l‘emozione o la paura di quel palco.
Quindi, quando nelle interviste televisive di Sanremo i Bluvertigo dicevano di non essere affatto emozionati, non lo facevano per posa, ma perché era la verità.
E’ sinceramente vero. Non c’era niente da perdere, eravamo giovani, facevamo un genere comunque obliquo rispetto a Sanremo. Posso capire che Peppino di Capri abbia un approccio diverso perché quello è il suo palcoscenico ma i Bluvertigo no. Per di più i Bluvertigo in gita scolastica a Sanremo ancora meno. Fra l’altro, loro c’erano già stati per Sanremo Giovani, quindi avevano già le coordinate del luogo e si potevano muovere anche con una certa facilità psicologica. Anche le prove a Roma furono interessanti.
Qual era il clima che si respirava durante le prove?
Piuttosto teso. L’orchestra della Rai suona 2.000 pezzi orrendi diretti spesso da pseudo direttori. Ricordo che la prima prova, a Roma, fu particolare perché nell’arrangiamento c’era della “roba” strana ed il primo violino mi aveva chiesto, quale direttore, delle cose leggermente tendenziose, tipo: “Mi scusi ma qui c’è un Do di fianco a un Do diesis, è un’evidente dissonanza” Io gli risposi: “Lei suoni quello che è scritto, è un cluster, non so se sa cosa sia. E’ un effetto, non si preoccupi delle note”.
Dopo quelle prove un po’ tese, Andy e Morgan mi ringraziarono dicendo: “Bravo Maestro Carcano, così si fa!”. Gli orchestrali a volte hanno questa abitudine di mettere alla prova il direttore per testare con chi hanno a che fare e in quell’occasione fu semplice in realtà conquistarsi una fiducia che poi continuò: l’arrangiamento era ricco e gli orchestrali avevano piacere di suonarlo. Quindi: emozione giusta, paura zero del palco di Sanremo. E’ sterile, non è emozionante. Stai sul palco e fai le tue cose. Avemmo anche dei problemi con le prove: c’erano inerzie tecniche dello staff Rai e non potevamo fare come una professionalità minima avrebbe richiesto… poi ci diedero una prova in più. Dovemmo un po’ lottare per fare le cose come volevamo noi.
In rete, nei video pubblicati ad esempio su You Tube, si vede molta complicità e divertimento fra di voi.
Sì, mi ricordo cose che sono state in parte documentate. Le situazioni in albergo erano molto carine e in parte sono state documentate nel video diario di Andy, ed anche nel diario di Morgan per La Repubblica. C’era un certo clima: una sorta di goliardia perenne tutta fatta di soprannomi, di calembour. Morgan e i Bluvertigo sono tutto un mondo di giochi di parole ed in quello mi sono sempre trovato da dio, perché si ride un sacco. Passavamo cene intere a giocare al cosiddetto “Giro sgamo”. Facevamo giochi di parole che andavano avanti per ore e ore; c’era sempre quell’atmosfera nutrita di buoni ascolti, pseudo film visti in camera. C’era il pianoforte in albergo quindi Morgan – che ha la “digitorrea” e appena vede un piano si siede e suona davanti a tutti qualunque cosa – inventò il divertente duetto con Peppino di Capri ma ci furono altre situazioni così. Ci furono anche episodi inquietanti, come la sera del sabato. Andammo a cenare in un ristorante in centro a Sanremo di quelli strategicamente posizionati con le finestre a vetri e un fan ne ruppe uno mentre noi stavamo cenando. C’erano fan che spingevano ovunque. A Sanremo nei giorni del festival c’era un’atmosfera di follia, di psicosi generale, per cui tutti devono essere fan di qualcuno.
Un ricordo o aggettivo per ogni membro del gruppo?
So già che mi verranno in mente altre cose dopo… con Andy, che per me è sempre stato il “Signor Silvano”, ho legato molto; ci davamo sempre del lei e quello è il tono del rapporto che abbiamo. Ancora oggi quando ci si rivede, anche dopo tre anni, il dialogo si svolge del tipo: “Maestro come sta?” – “Signor Silvano, che piacere!” e con questo codice sono passate sempre cose molto affettuose o molto divertenti. Si poteva spaziare dalle pratiche sadomaso al cibo, sempre con un lei rigoroso.
Livio aveva due aspetti: si avvertiva che era l’elemento entrato un po’ più tardi nel gruppo ed era l’uomo un po’ più “professional”. Livio è persona di grande intelligenza. Il bello dei Bluvertigo è che c’era una intelligenza alta ed una intesa comune per tutti.
Il mio ricordo di Sergio è un po’ diverso, alimentato dal fatto che ha suonato con Morgan sino a qualche mese fa per cui abbiamo anche lavorato e viaggiato insieme di recente e più a lungo. Sergio è un caldo viveur.
Questa sorta di ritorno ai Bluvertigo pensi sia da imputare al fatto che ora Morgan è più conosciuto, oppure forse l’Italia tra la fine degli anni ’90 e i primi duemila non era pronta per la loro musica?
Secondo me il panorama italiano poteva anche essere pronto per loro però i Bluvertigo non sono mai stati simpatici. C’era questo problema. Non sono mai stati i Subsonica, cioè un po’ meno glamour per cui veniva più fuori la musica. Morgan, ogni volta che faceva una intervista in tv o lo trovavi geniale o odioso, senza mezzi termini. Io gliel’ho sempre detto che se la giocava male facendo l’intelligentone. Di questo aspetto si parlava anche ai tempi di Sanremo con i discografici, perché l’immagine che i Bluvertigo davano era quella delle star spocchiose. Secondo me una parte della loro popolarità è stata mangiata da questo aspetto. Tu non hai idea di quante persone conoscevo che, nel periodo di Zero, dicevano che gli stava sulle scatole Morgan e non li ascoltavano perché li ritenevano dei fighetti, perdendosi un mondo musicale. Io con tante persone mi sono dovuto imporre dicendo loro di non far caso a niente e di ascoltare il disco, conquistandole. Penso che, se avessero avuto un po’ più capacità di gestire le loro relazioni pubbliche e la loro immagine, le cose sarebbero andate diversamente. I Bluvertigo erano comunque un gruppo pop, con i singoli da cantare. Non credo che oggi saremmo più pronti ad ascoltare la musica dei Bluvertigo: eravamo pronti anche allora, forse oggi siamo più disposti ad ascoltarla. Altro fattore è che cose così geniali oggi sono sempre più rare.
Me lo dicono tutti quelli che intervisto.
Beh, i loro dischi sono pieni di roba, ogni pezzo è una figata pazzesca e quel tipo di qualità oggi è rara. Attenzione! Questo va detto: era così anche perché oggi non ci sono i mezzi, non ci sono i soldi. Le case discografiche oggi non rischiano. Allora c’erano 4 ragazzini geniali, “fora de testa”, e gli venivano dati, per dire, centomila euro per fare il disco; oggi quando ne vengono dati quarantamila a gente affermata è già tanto.
C’è qualcosa che, secondo te, i Bluvertigo non hanno ancora detto oppure hanno esaurito tutta la loro forza creativa?
Non credo che abbiano esaurito la loro forza creativa; potrebbe essere che abbiano esaurito la loro alchimia, cioè la possibilità di potenziarsi a vicenda creativamente. Su questo sono abbastanza sicuro per le vicende umane o anche artistiche e personali.
Dal punto di vista artistico penso che si potrebbero ritrovare perché quello dei Bluvertigo è sempre stato un laboratorio, anche malgrado Morgan e gestito da Morgan. Lui mi ha sempre detto che avrebbe voluto degli apporti maggiori da parte degli altri. In fondo la sua attitudine non era quella del “fate come dico io perché io sono quello che fa le cose più interessanti”. Poi, di fatto, era quello che aveva le idee più forti e più chiare ma questo era anche una conseguenza. Ad esempio, quando stavano facendo Canone Inverso, facevano cose che venivano fuori da tutti, da session comuni che poi insieme rielaboravano. Quello era un punto in cui si stavano aprendo delle strade possibili super interessanti! Probabilmente, Morgan non avrebbe fatto un altro disco come Zero, si sarebbe stancato, ma se non fossero implosi, i Bluvertigo avrebbero fatto cose davvero interessanti.
Nato a Como nel 1970, ha studiato ingegneria informatica all’Università di Padova e composizione al conservatorio Cesare Pollini di Padova dove si è diplomato. Diploma di alto perfezionamento all’Accademia di Santa Cecilia, Roma.
Momenti importanti della sua formazione sono stati gli incontri e le lezioni con Gérard Grisey, Brian Ferneyhough e Salvatore Sciarrino. Ha studiato musica elettronica all’IRCAM, al Centro Temporeale e a Padova (con Nicola Bernardini).
Sue musiche sono state commissionate ed eseguite in diversi paesi, in occasioni come Musik-biennale Berlin, Festival Aix-en-Provence, De Eijsbreker Amsterdam, Voix Nouvelles Paris, PrimaVerona, Gaudeamus Music Week Amsterdam, Siren Musikdagar Göteborg, Bàrtok Festival, Jornadas de Musica Electroacustica Montevideo, Array Music Toronto, Wetterfest Wien, NovecentoMusica Milano, Metafonie-La Scala.
Nel 2005 è creata a Poitiers l’opera lirica Cuore – libretto di Caroline Gautier, dalle opere di Edmondo De Amicis – che è poi replicata numerose volte in teatri come Opéra-Bastille Paris, Opéra de Massy, Opéra de Lille, théâtre de Angers, Opéra de Nantes.
Ha lavorato per numerosi spettacoli di danza, tra i quali Disteso, berceuse, commissione della Fondation Royaumont, coregrafie di Thierry Lafont (creato nel 2000 da Percussions de Strasbourg e Les Jeunes Solistes). Nel 2004 la commissione del Teatro Regio di Torino per Alice nel paese delle meraviglie su coreografie di Matteo Levaggi. Nel 2006 il lavoro di ricerca su canto e movimento Nous Contre Nous con la coreografa Nicole Piazzon. Di particolare rilievo la collaborazione con la coreografa Laura Pulin che ha prodotto numerosi spettacoli tra i quali Talismanìe, Alla radio Gardel, Casanova e il recente Canto (2007).
Nella musica pop-rock ha lavorato come compositore, produttore artistico, arrangiatore e direttore d’orchestra. Ricordiamo le collaborazioni ai dischi: Bluvertigo – Zero e Poptools, Cristina Donà – Nido, Morgan – Canzoni dell’appartamento e Da A ad A (2007). Ha diretto l’orchestra della RAI al Festival di Sanremo nel 2001 e 2002, e l’Ensemble Symphony Orchestra nella tournée Con Certo di Morgan.
Tra le produzioni artistiche l’album della Piccola Bottega Baltazar – Ladro di Rose (2010).
Coltiva esperienze come performer di teatro musicale, dj e danzatore di tango argentino.
Tra i suoi progetti recenti l’opera a più mani Pandora (Lipsia, 2007), il pezzo per mandolini e grande ensemble Sette silenzi, seminati dal riso (Paris, 2008) e il ‘DJ set rituale’ Compressed Cry Chronicles per orchestra, pezzi rock ed immagini (Poitiers, 2009).
E’ stato vocal coach a fianco di Morgan nella terza edizione del talent show televisivo X Factor.
Tiene corsi di interpretazione vocale per cantanti poprock.
foto di Arthur Pequin


